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C'era giusto l'indirizzo e nulla più sulla lettera in carta ruvida, color panna. Due nomi e nulla più. Lisa e Marco. Potevi chiedere quanto volevi, arrabbiarti pure al telefono, chiamata Skype internazionale da 10 centesimi al minuto, ma nulla più. Sistemato l'albergo per famiglia e amici, il resto è nebbia. Come le nuvole bianco agnello che coprono la Manica dal finestrino dell'aereo, quando ci voli sopra, pensando che non sei né qui né là, ma nel posto degli angeli, e ti senti sorridere. Davanti, vicino alle hostess che ti mostrano le bocchette d'aria, i genitori. Dietro, nei sedili e nel tempo, gli amici, quelli che quando uno proprio deve, chiama. Quelli che non sai perchè, ma ti ritrovi dentro. Sai che ci saranno sempre, come la prima volta, e pensi ad altro. Atterrano in piccoli sobbalzi e sospiri, nella terra della birra scura. C'è un treno silenzioso che li aspetta, che li stupisce tutti ma nessuno lo dice, perchè puoi fare il biglietto a bordo, senza spese, e ha gli spazi davanti e dietro, per le valige grandi.

La prima notte si passa alla finestra dell'albergo sul porto, quasi senza respirare. A guardare l'argento del Tamigi. C'è un cielo strano, qui, senza nero.

L'auto lunga s'incastra nel traffico, ma il traffico, visto da dentro, non è poi troppo male. Si tratta solo d'aspettare nei sedili neri, lasciarsi portare, guardare il film della città che scorre sul fumè del finestrino. La madre ed il suo fazzoletto rosa, messo in cima a tutto nelle borsetta a scaglie, perchè non manchi quando serve. Il padre con la cravatta ad ancore, che quando eri piccolo pensavi fosse capitano, di nave da crociera, la stretta di mano alla fine del ponte. I gemelli del nonno lucidi di fresco, che si vede un cameo di pietra nera dal polsino, ogni volta che s'aggiusta il nodo. Si viaggia da gran signori oggi, un pò ci si vergogna, un pò si gode. Arrivati al palazzo, oltre i cancelli d'ottone, si gira intorno alla fontana, e poi si scende sul tappeto. Non che sia male qui, ma ci si chiede cosa, e come. Non ci sono campanili, nè fiori. Nessuno. Qualcuno cammina sul selciato, per sentire i rumori dei sassi sotto la suola nuova, a braccia dietro. Succede solo che altre auto varcano il cancello, scaricando gonne e scarpe traforate nere, e poi ripartono. Ci si guarda tutti come ostaggi, e volano nomi che nessuno ricorderà. Senza traduzione s'incontrano i genitori di lei, i genitori di lui, e non ce n'è bisogno. Che s'intuisce subito dagli occhi, chi sia chi, e da come torce le dita. S'inchina il capo, nel saluto del mondo. Poi si capisce che nessuno ha capito, e s'aspetta nel vago. A sciogliere dubbi ed imbarazzi, arriva il cameriere, e ad un cenno inglese lo si segue per corridoi vuoti, pieni di storia, fino alla sala.

Nella sala sedie in fila centrale, e finestre a porta sul cortile interno, fatto di fiori rosa e viottoli stretti, verso il pozzo centrale. Sul fondo due sedie vuote, e sole, girate verso la piccola folla inglese di borsette color pastello. Si cerca posto, ma non si vede dove. Non c'è il lato della sposa, non c'è il lato dello sposo: tutto è un solo lato. Si vede quindi di raggrumarsi per affinità. I genitori, con i testimoni incaricati, in prima fila.

Lo sposo entra, in affanno, salutando con la mano le tante mani alzate. Si ferma in piedi, davanti alla prima fila. Credo sia emozione ai lati del sorriso.

Poi parla.

"Vi chiedo scusa, siamo in ritardo vergognoso. Lisa ha cercato di scappare con l'autista ed ho dovuto minacciarla dicendo che avrei scritto su Facebook che compra la crema antirughe, e al 3×2. Adesso che ci siamo tutti, ve la presento."

Dal giardino entra un ragazzo dai capelli rossi, con un flauto. Suona un motivo antico, che sa di campi di grano e pioggia d'estate e uomini e donne che danzano in cerchio.

"Come avrete intuito, lui non è Lisa. Ma voleva entrare accompagnata dalla musica. Donna vezzosa."

Arriva Lisa, e tutto si ferma, tranne la musica. Chi aveva dubbi, li lascia rotolare tra le gambe della sedia, in angoli lontani.

Marco sta per parlare. Il flauto è muto.

"Non c'è il microfono, perchè non siamo molti, ma siamo tutti, e questo basta. La stanza non è grande. E' molto bello qui, ma non è grande. Siamo tutti vicini, quindi, e mi sentite chiaro. Qualche anno fa, circa duecento, ci pranzava una duchessa con i figli, sette. Si pranzava a cacciagione, e poi i bambini giocavano con i cani nel giardino. Forse gettavano sassi nel pozzo, e aspettavano l'eco. Pranzeremo qui anche noi, ma senza cacciagione. Ricordo ancora zampe gialle nel frigo, quando qualcuno tornava dalla caccia. Piume nel lavandino, e quell'odore di sangue in cucina che mi veniva da chiudere gli occhi, e non riaprirli più. Era un uccello bello, di piume arcobaleno. Non doveva essere lì, ma nel cielo, che spetta a loro. Anche oggi è meglio, senza sangue. E' molto meglio.

Non c'è la chiesa, nessuna chiesa. Non c'è la chiesa con le campane a festa, l'ingresso in ombra che viene un brivido fresco ad entrarci d'estate, non c'è l'organo e le spalle curve del giovane organista, nè i fiori bianchi ai piedi dell'altare. Non c'è nemmeno l'altare, freddo di sacrificio. Non c'è il prete anziano con i paramenti al collo a ricordare l'infanzia della sposa, i sacri doveri d'amore della coppia. Non c'è il vangelo da sfogliare in piedi, nè microfoni a fischiare, nè cori d'angeli alla fine del mea culpa. Non c'è il Cristo crocefisso, nè le candele accese, una per dolore, nè l'acqua santa in forma di conchiglia. Non ci sono corsi da seguire, nè schemi da provare, nè frasi da sbagliare, né anelli da scambiare. Non siamo preparati, non lo saremo mai. Non giuriamo nulla, non promettiamo nulla, non capiamo nulla. Improvvisiamo al nostro meglio. Se questo è poco, è almeno vero. Non c'è nemmeno lo Stato, il popolo sovrano, non c'è la legge o il comma bis a regolare unione o fusione d'averi. Non c'è il sindaco in piedi con la fascia al collo, non ci sono testimoni impagliati al flash di gruppo, atti da firmare, identità da dimostrare. Ci siamo solo noi e voi. E' quanto basta per la festa.

In effetti non c'è nulla. Non c'è nemmeno il matrimonio, non c'è mai stato. Ci siamo solo noi, e voi. Volevo chiamarvi qui e dirvi che sono felice, ora. Per farvi felici. Ma dirlo non basta, finchè non lo si vede.

C'è stato un tempo lungo, lo so e lo sapete, in cui vi fatto preoccupare un pò. Siete entrati in stanza a chiedermi cose vaghe, per capire senza essere capiti. Mi guardavate da sopra il piatto, mentre versavo il sale sulla pasta bianca, in silenzio. Ci sono stati anni di 'come stai? bene' e basta. E quando tutto è bene e basta, non è bene affatto. C'è stato un tempo in cui vi ho deluso tutti, e avrei voluto inventare col sorriso storie intere di mondi nuovi e imprese e successi scolpiti in marmo da bacheca, per farvi alzare il mento con gli amici vostri. Ma non ci sono imprese da romanzo, oggi. E' un mondo banale e sciatto, che si lascia sopravvivere sul divano, con la cronaca sportiva. Da piccolo, avevo promesso a mia madre una casetta in montagna, con la finestra per appoggiare la torta di mela. C'è stato un tempo lungo in cui il ricordo mi pesava, tenendomi a letto la mattina. C'è stato un tempo in cui facevo fatica, e non sapevo scegliere. C'è stato un tempo in cui tutto questo era vero. Ma questo tempo non è ora.

Questo tempo non è ora. Ora è un lavoro nuovo, in cui si fanno, a volte, cose belle e giuste. Ora è tempo di scegliere il colore per le pareti del salotto. Abbiamo una casa appena fuori città, con un piccolo giardino in cui Lisa coltiva rose. Fa così english, le rose nel giardino. Abbiamo attaccato al ramo del pesco la casetta per gli uccelli. Una nostra amica è tornata ora dall'India. Dipinge vasi, ci ragala una lampada a fiori per il salotto. Ci sono due stanze vuote, con un letto per gli ospiti. Lisa ha messo un tavolo su cui disegna, nell'altra ho una parete libera, per farci ritratti in sfondo scuro. Domenica, ancora pieni di vernice tra i capelli, ci siamo fatti un thé ed ordinato una pizza per telefono. Quando sarà finita, prepariamo un buffet freddo di roba tutta colorata e fresca, da dieta 100 miglia. Steve suona la chitarra flamenco, caricata a birra chiara. C'è stato un tempo in cui non c'era amore per nessuno. Quel tempo non è ora. Ora è il tempo di dirvi che vi voglio bene, e che è tutto a posto. State sereni.

Vista l'occasione rara di un giorno di sole, abbiamo messo i tavoli in giardino. Ci sarà da bere e da mangiare, fino a sera. Ho chiamato a suonare un gruppo di ragazzi. Fanno musica balcanica, che non puoi stare fermo. Li abbiamo visti per la prima volta in un locale del centro, dove ho conosciuto Lisa. Quella sera ho ballato anch'io, fino a sudare. Oggi, anche voi."

Ho fatto questo sogno, alcune notti fa. Mi sono svegliato piangendo, mentre fuori albeggiava appena.

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