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Ho fatto un sogno strano, tempo fa.

Martina aveva cinque anni quando iniziò a stare male.
All'inizio solo febbre, e tosse. Poi venne lo sguardo preoccupato dell'anziano medico, accompagnato dall'autista lungo il viale della villa, fino agli scalini di marmo dell'ingresso. Era il pediatra del paese e tutti, anche il conte, si fidavano di lui, con strette di mano forti, ed inviti per un bicchiere di vino novello, e qualche caldarrosta quando era stagione. Aveva le mani bianche e pulite, e profumava di sapone. Sorrideva sempre, a capo chino, ma quel pomeriggio d'estate, che fuori le cicale facevano festa e l'amore, non sorrise.


Lasciò le lenzuola bianche della bimba e la stanza di velluti e stucchi e il corridoio con gli antenati e l'immenso salone delle feste e un biglietto nella mano del conte, padre e marito, e s'inchinò alla contessa, madre e moglie, prima di coprirsi la testa con il cappello di paglia, ed uscire al sole.
Dietro i vetri scuri dell'auto, li guardò per alcuni secondi, mentre fissavano il biglietto con il nome del centro per i primi accertamenti di normale routine, così, per scrupolo.

Martina aveva 6 anni, 3 mesi e 5 giorni quando la luce rossa pulsante della macchina smise di lampeggiare.
C'erano le infermiere, il primario del reparto, l'anestesista con le fiale di morfina. C'erano i genitori, signor conte e signora contessa, ai lati del letto. C'erano disegni color pastello alle pareti bianche, e fiori freschi sul tavolo. C'era tempo grigio fuori, che si stava in autunno ormai. Dalla finestra si vedeva il viale dell'ospedale rosso di foglie.
Il conte ringraziò lo staff per tutto quello che avevano fatto, poi, scusandosi, uscì dalla stanza. Lo seguirono tutti, tranne la madre. La contessa rimase sola, immobile. Solo più tardi, quando proprio non si poteva più aspettare, un'infermiera entrò ad accompagnarla fuori, con gentilezza, tenendole le spalle, guidandone i passi lenti, e si potè procedere al trasporto del corpo all'obitorio.
L'avvocato di famiglia rimase per sbrigare le ultime pratiche burocratiche. Gli chiesero l'altezza di Martina. Quando fu di nuovo in grado di parlare, disse che non lo ricordava.

Il giorno del funerale pioveva leggero sulle spalle del paese tutto, così leggero e fine che nessuno prese nemmeno l'ombrello. Il giorno del funerale il cielo era coperto e grigio, come la gente del paese tutto, a camminare sul viale di ghiaia del cimitero. Le donne avevano un velo nero sul capo e sulle spalle, ricamato di fino, che si vedevano gli occhi rossi e lucidi attraverso. Qualcuno alzava lo sguardo fino alla fine degli alti cipressi, dove il cielo incontra la terra.
Al momento di murare la bara nella tomba di famiglia, smise di piovere, si aprì una nuvola, e con il primo raggio di sole ecco l'arcobaleno, dal bosco di faggi fino alla cascina del vecchio Bastia. Tutti alzarono la testa, e qualcuno, con tutti quei colori contro il grigio dell'autunno, sorrise.

Il conte disse che non importava quanto sarebbe costato. Il direttore, tal professor De Cristofori, gli ricordò che il problema era di natura genetica, e con ogni probabilità si sarebbe ripresentato intorno aI cinque anni, che non si aveva la cura, e che certo non poteva sapere ora se ci sarebbe stata, nè quando. Era una malattia così rara, che i conti non tornano a volerci fare ricerca sopra. Il professore aggiunse che il progetto era in effetti al limite dell'attuale legislazione, e che ci sarebbe voluto parecchio impegno e leve giuste per farlo approvare dal comitato etico. Il conte disse che se si poteva fare, si sarebbe fatto, non importa quanto sarebbe costato.
La scienza delle macchine biologiche non curava ancora dissenterie africane, e milioni di morti infanti, ma era in grado di clonare le persone in edifici grandi quanto città, se proprio non importava quanto sarebbe costato.

Martina aveva pochi minuti di vita, quando venne lavata e portata in braccio al sorriso stanco della madre.
Il padre le teneva la mano, ed aveva ancora la cuffia bianca in testa ed il camice slacciato. Dottori che ridevano, infermiere che piangevano di gioia. Il legale di famiglia scattò impacciato con la sua macchina fotografica nuova, comprata per l'occasione. Tutto il resto venne dimenticato per alcuni secondi.
La foto fu sistemata sul comodino da letto della contessa, in una cornice d'argento di fine seicento. Il passato invece finì nella prima stanza di Martina, e chiuso con lucchetto dal fabbro del paese.

Il conte impegnò tutto il suo patrimonio ed il suo tempo per la fondazione. E la fondazione impegnava quasi tutte le sue risorse per finanziare progetti di ricerca. La cura ancora non c'era, ma si profilavano sviluppi interessanti. Più soldi venivano investiti, più sviluppi promettenti s'intravvedevano. Il castello divenne in breve residenza estiva di luminari accademici e di brillanti, eccentrici giovani ricercatori. All'inaugurazione del nuovo reparto, con le macchine che profumano d'imballo, si posa davanti alla targa sul muro. Era giorno di festa e di speranza. E' la speranza che fa muovere mani e gambe. Tutto il resto venne dimenticato per alcuni secondi.

Martina aveva 6 anni quando giocava con il cane Geronimo nel parco. Lei tirava un piccolo bastone lontano, torcendosi tutta per lo sforzo. Il piccolo Geronimo, tutto orecchie e coda e lingua, correva a prenderlo. Però, poi, si accucciava lì e mica te lo riportava. E così toccava a Martina farsi tutta la strada e lamentarsi, dicendo che il cane era rotto, e che ne voleva uno vero, che ti riporta la roba, mica che fatichi tu. Ma sapevano tutti che bene gli voleva, al pulcioso, quel tipo di bene che solo un bimbo può volere, e che si perde col tempo. La mamma era lì, con la videocamera, e rideva ogni volta che il cane si fermava con il bastone in bocca. Il padre alla finestra, a fumare in un attimo di pausa, preso dal lavoro di relazioni epistolari necessarie alla fondazione sua. Fu con la videocamera ultimo modello, a 6 CCD e 20 megapixel di risoluzione video, che venne ripreso il momento in cui Martina svenne, su quel prato appena tagliato che profumava ancora di erba umida.

Martina aveva 6 anni e 1 mese quando sua madre si chiudeva in camera a leggere di sciamani. Leggeva di certe erbe usate in Amazzonia, e di frutti tropicali, e cartilagine di squali. Ne parlava per ore con l'anziana governante, di equilibrio ed unità tra uomo ed ambiente, di simboli, energia e flussi. Vennero tutti al castello, in processione, gli esperti di dottrine millenarie, e tutti fecero del loro meglio, ognuno con la fede sua, per quanto ne rimaneva al mondo. Lo sciamano indiano soffiò fumo sulla fronte di Martina, disegnando cerchi nell'aria, e le baciò la guancia con amore, ad occhi chiusi. Due monaci tibetani si sistemarono ai lati del letto e tennero per ore le sue mani, in un silenzio assoluto, immobili. Non accettarono denaro, ed uscirono esausti. Poi furono indovini, maghe e fatucchiere. Martina diventava sempre più debole, e venne quindi il tempo dei camici e delle stanze bianche, il tempo di un padre che frantuma il quinto bicchiere di brandy alla parete del camino e di una madre in ginocchio, a mani giunte.

Martina avrebbe avuto 6 anni, 11 mesi e 16 giorni quando venne il fabbrò, e sigillò la seconda stanza, e scese a lungo il silenzio nella villa.
La contessa fu la prima. Rideva sempre, ad alta voce, e si fece bella, con palestra e cosmesi e parruchiere tutti i giorni. Usciva la sera. Si faceva portare dall'autista in città vicine, alle balere. Attraversava la sala da ballo su tacchi a spillo neri, scegliendo con gli occhi i più giovani e belli, quanti ce ne stavano in macchina. Nella sua stanza, diceva, non manca mai la gioia, e ci sappiamo divertire, mica come quel moscio di mio marito, sempre in giro per alberghi e conferenze di noiosi. Sul mio letto si celebra la vita, cari miei. Il resto ai tarli.
Poi iniziò il tempo dei club di lusso, dove si arrivava a venti in una sera, nella stanza dei grandi cuscini, a luce bassa di candela, occupata da file ordinate di maschi pazienti. La contessa non dice mai di no. Divenne famosa. Quando entrava, ci si alza in piedi. Solo pochi, qualcuno che veniva dal paese, quello del castello, non voleva entrare in stanza, e preferiva rimanere al bar, a bere una cosa, e faceva il vago, tipo adesso mi faccio la bionda del divano, che preferisco.
Una sera ne aveva cinque intorno, in piedi, e lei in ginocchio. E poi, chissà perchè proprio in quel momento, non prima e non dopo, dai gemiti soffocati passò al pianto, che si disfece il trucco in un momento. Qualcuno s'accorse e si fermò subito, incerto, preoccupato, con il cazzo in mano. Qualcuno non si fermò, e venne sulle lacrime. Lei smise subito di piangere, sorrise a tutti e cinque, carezzandoli in volto. Si allontanò di pochi metri, e si squarciò la gola con un coltello del buffet, mescolando sul petto sangue e sperma.
Il conte fu il secondo. Sentiva ormai che le energie di alzarsi la mattina, parlare, mangiare e respirare, le aveva consumate tutte, che meglio di così non poteva proprio fare. Sapeva che non è mica vero che i polmoni si aprono da soli. Se non ne hai più un motivo alla fine li tieni chiusi, e soffochi. Ma non voleva lamentarsi, con tutto quello che di bello aveva avuto, solo prepararsi, usare al meglio la scheggia d'amore restante, lasciare ancora uno spazio aperto, una possibilità alla vita di scrivere poesie, e finali felici. E si preparò, come sapeva fare lui, mica l'ultimo arricchito di questo paese di merda. Preparò con cura i passaggi del progetto. Firme, soldi e poteri. Lasciò la gestione del suo patrimonio al suo legale, e quella della fondazione al segretario, che dei medici mica si fidava. Poi abbracciò, per una volta con visibile emozione, l'anziana governante, il cuoco e la cameriera. Si fece portare a letto una tisana, che negli ultimi tempi aveva bevuto troppi alcolici, ed il fegato stava così così. L'appoggiò sul comodino, accanto alle foto della moglie e di Martina. Poi chiuse la porta.
Si addormentò in pochi minuti, con l'unico rimpianto che non sarebbe stato lì, al momento della cura.

Martina annusò i fiori, e che profumo avevano!, prima di deporli nei vasi in bronzo delle lapidi, colmi d'acqua fresca. Due lapidi, due tombe. Le sue. Aveva 18 anni, e un fidanzato bellissimo, che ci riempiva di foto il diario nuovo.

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