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Ore 13. Sabato diamante dalle mille lame, eccomi, tagliami il viso, segnami di luce. Arrivi a noi, stupiti, da età arcaiche, con leggere sfumature di noia e rossore. Ha cambiato nome e lingua nei millenni, ed ora in terra a me straniera suona più allegro nel chiamarlo sottovoce, chino a cullarmi di vuoto sull’ansa del Tamigi, a pochi step incerti dal ponte levatoio di sabbia e luce. Si appoggia al venerdì con la fatica di chi cammina a lungo sotto il sole, e si ferma per un sorso fresco sotto i rami della quercia antica, a cappello in mano. All’assenza del mattino, tramutato in pomeriggio fiacco dalla notte insonne, spesa o sprecata in parole vanesie nel covo sordo di Brick Lane, seguirà subito la sera, e devo quindi alzare il mento ora, fiutare nell’aria nascoste novità, capire d’istinto come spendere le rare ore d’aria a me concesse.

Ore 16. Ritorno a guardarmi nello specchio, e decidere per me, e me soltanto. Amici lontani per le ferie d’oro di questa fredda estate, faccio quindi un volontario passo indietro, agli anni dell’approdo naufrago. Mi dice bene. Come sempre gusto a morsi piccoli l’eroismo in controluce del viandante in cenci. Chiedo consiglio al riquadro di cristallo, ne sfoglio i bit, consulto l’oracolo del tempo perso. Lampeggia la riga di una festa a sud, oltre riva, in terreni coperti di ricordi. E’ serata strana, a quanto pare, di cabaret e ballate zingare, nell’antro scuro dell’ignoto Dex. Giovanna, non te l’ho più detto, mi mancava il cuore.Il nostro tavolo non esiste più, nè le candele, nè il rosso portoghese. Ci hanno portato via tutto, per fare posto a note pulsanti per menti scollegate. Mi voglio sofferente, oggi. Fissare negli occhi lo sfacelo, perdermi nelle curve elettriche delle vie di Brixton, che sa di pesce e fumo e spezie e urina. E voglio perdermi da solo. Galleggia gonfio il telefono, a pancia su. Mi quasi pena. Perché non soffra, lo decapito di batteria.

Ore 19. Nell’anticipo sull’anticipo, mi guarda sbieca la cassiera stravolta, alzando l’iride dal basso di una rivista di rossetti, e mi dice “guarda caro, che ci sei tu solo”. Ed io che faccio “guarda cara che voglio il ticket solo e poi ritorno dopo, zompando code”. E lei mi marchia il braccio, a fuoco nero. Sono del branco Dex, adesso. Ne vado fiero in giro, a mostrare zigomi e polso ai passanti. Che la vita possa regalarvi altrettanto onore, compagni silenziosi. Nelle ore vuote, prima del concilio, mi sfracco di fame sul divano del pub d’angolo, simulando un incrocio di gambe disinvolto, da lettura di giornale. Il Sun. Ingoio un veggi burgher da rigurgito, forse il peggio tra i pessimi, ed una birra bionda. Sono circondato da ragazze color pastello, un misto multirazza, pigolante. Il nulla sono io. Del tutto ignorato, ricambio. Con affetto da ulcera.

Ore 21. E’ giunta l’ora zeta, dell’entrata grande. Sono consapevole della goffaggine delle mie uscite in solitario. Per l’inglese medio, mi spiegava un saggio online, solo uguale perso, vinto. In quanto me, e consapevole di ciò che sono e voglio, tenderei a sbattermene allegramente il cazzo. Cosa che faccio, con discreto successo di pubblico. E sbattendo i piedini, sfacciato, sempre con la birra esistenziale in mano, supero la grotta disco indenne, ed esco quindi sul terrazzo, a riveder le stelle. La gente bella, che sa la vita più di me, staziona qui: sulla terrazza grande, tra camini e sfiati. Siamo gatti, in una notte randagia di stelle. Si gusta ora l’estate, in tocchi piccoli, sputando i semi sul domani. La vista dei tetti lontani, con luci di carlinga in volo, prelude alla nostalgia di cose belle, distanti, e spiagge gelate tirate a freddo dal vento di mare della notte. Percorro scale, cerco un appoggio, mi siedo in sofferenza. Chi ha occhi, ha occhi per sé solo, e gli amici suoi. Sento un peso dolce, che sa di ciò che non confesso. Vorrei te, fratello, che vivi lontano lontano e poco insulto. Vorrei voi, amici cari, che siete stati le mie peggio estati. Vorrei una bocca altra che non sia me, perché tra poco mi avrò a noia, giassò. Ognuno è artefice del proprio sfacelo, esploro vite d’altri con occhio d’orefice, ne scruto minuzie, e ovunque scruto, si posa un velo d’impalpabile tristezza d’essere, d’attesa. Persi in rituali spenti, senza più officiante se non una maldestra baccante dai capelli mantecati. Galleggiamo in fiumi d’ovvio, spauriti e tesi, nel terrore di essere da meno del di più della carta patinata. Cavalcare, fino alla fine della cresta, per ritardare spuma, e sale in gola. Io, di mio, ci metto l’aria di chi attende l’alba, perché qualcosa di nuovo e raro e prezioso e dolce arrivi, mi salvi, mi tenga in volo.

Ore 23. Qualcosa di raro e bello arriva. In forma disumana, da vertigine. Ha testa da unicorno bianco, corpo di donna, cammina sulle punte, appoggiata alle stampelle. Disturba ed attira: la bellezza del corpo, animale, immediata, fresca di vent’anni, non ci lascia scampo. La pelle dell’est, chiara, su muscoli da ballerina. Vestita di poco, si muove in strisce di voluttà, di delirio collettivo. Seduta, lascia impalcatura e scarpe, si carezza le gambe, a donarci visioni. Non ho difese, o quasi, dalla sua bellezza. So che perderei la faccia ed il cuore ad un suo cenno, per tramutarmi in bambolo di pezza. Mi salva solo il sentirmi a questo mondo estraneo, e perso. Ho fitte immediate di rabbia in gola, come fosse insulto, al pensiero che non ne ho diritto, come molti, e che tra lei e le mie dita ci sarà distanza, un vetro spesso, ora e sempre. Ad altri, più scaltri o belli o giusto fortunati, è destinata questa preda. Restiamo fuori dalla gara, per eccesso di domanda. L’illusione di possesso regala al maschio demente gocce di felicità. Che parola grossa, felicità. Ma è così a fondo impresso nell’istinto d’uomo il bisogno di una schiena cui appoggiarsi, da render vano ogni altro esercizio d’intelletto. E mentre penso e sento cose e moti interni di piacere e mancanza, la visione ritrova il suo equilibrio incerto, e zoppica di spalle verso il buio di una tenda, risvegliandoci alle miserie del reale.

Ore 24. Qualcosa di raro e bello arriva. In forma umana, da sorriso. Sotto una tenda panna, da deserto, su cuscini colorati e tappeti d’oriente, aspettiamo che la banda suoni. Una chitarra jazz, a gettare manciate di swing sui timpani rapiti, una tromba suonata sotto il cordolo del fez, e le sue gambe, a dare il ritmo allegro del tip tap. Lei ballava in gonna corta, a frange, sul piano in legno a far da cassa. Aveva scarpe nere, lucide e severe. Picchiava punta-tacco, chiudendo spalle ed allargando braccia, in cerchi piccoli. Capelli neri, labbra rosse, viso tondo da diva d’epoca del muto. Per nulla bella, per nulla brutta. Ma gli occhi, oh gli occhi, da guardarli e non poter star serio, oppure sciogliersi in dolcezza allegra. Ballava senza pretese, per gioco, come forse viveva ed amava. Come vorrei far io, che prendo in serio ogni segno cupo nei fondi del caffè. La sognerei ballare per ore, come si guarda il fuoco del camino, volendola vicino quando si fa sera. E’ un moto d’animo, non del corpo, il bisogno nascosto d’un sorriso, di passeggiate tranquille, o abbracciarsi sul divano finchè non coglie sonno. Non ne sarei capace, forse, ma con con lei vorrei provarci, ancora, e ancora. Ma anche in questo parto svantaggiato, ormai distante, troppo. Sdraiati sui tappeti, il chitarrista e lei, si tengono in abbraccio, mentre noi, i vecchi spettatori, c’impegnamo ora nel cabaret del chiacchericcio brillo. Lui s’appoggia alla sua spalla, e chiude gli occhi. Lei carezza piano i suoi capelli. Sembrano amarsi davvero, lo sento, legati così da un interesse in musica. Condividere lavoro, amore e casa. Invidio chi si fonde, e sa di vero, e sa donar carezze non richieste. Finisce in rumore la sera, ritorno a casa mangiando patatine fritte, sul retro del bus.

Né corpo, né occhi; unicorno o ballerina. Non avò bellezza questa sera. Forse domani, con miglior fortuna. Resterà muto, per ora, il mio bisogno vero.

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