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L’uomo senza voglia ha voglia di tornare. Casa è stanza bianca, all’ultimo piano di un mutuo trentennale, su conto unico. Dalla finestra fuori asse entra il rumore di palazzi ed altri animali. Ci sono scoiattoli nel parco, a zampe larghe, che lui segue senza malizia, nell’ora d’aria buona. Ha del pane in tasca, per le oche feroci, e sei monete con testa coronata. Casa è al di là, nell’est tumido di spezie. Nel mezzo corre il treno, e scale vuote piene di gente che ride, sotto una pioggia di luce gialla. Si cammina a stento, spinti da correnti. Pensa che non ha voglia di restare, quindi rimane, seduto sul prato, al centro del mondo.

Nuvole tristi, increspate a specchio sul lago, che a nulla assomigliano, drago o cavallo o testa che ride. Il bordo lontano del parco, un anello sottile, teso giusto sotto le nuvole, spezzato a scaglie dal profilo di palazzi neri, chiese e gru d’inguaribile ottimismo popolare. Non c’e motivo più di costruire, quindi costruiamo. Si alzano palazzi vuoti, pieni di fretta imbarazzata e stanca, da riempire la notte di luce azzurra, e qualche dimenticata giacca grigia. E tutto questo fare, sale lento in cielo, come fumo, a coprire le stelle. L’uomo si alza, scrollando la giacca con l’affetto commovente di chi rammenda calzini. Sente comunque, come molti, il peso del possesso, ormai, in ogni stanco oggetto quotidiano.

Cammina a braccia dietro, lungo il bordo di sabbia che taglia a pezzi il parco. Dell’incessante battaglia d’uomo e caos, rimangono ordinati cumuli di foglie, ai lati. Ne scalcia qualcuno, vendetta povera di miseria anarchica. Non avendo sete, chiede al chiosco una spremuta, a reclamare il potere assoluto del denaro, stretto a pugno duro, in breve coda civile. C’è un cartello di metallo sfaldato con il prezzo colorato dei gelati, ma è senza spiaggia. Così triste quel cartello senza spiaggia. Si annusa intorno, indietro nel tempo, a risentirne l’odore di pelle e sale.

Al cancello del parco, incontra per caso un amico senza nome. “Siccome siamo amici, beviamo qualcosa al pub”, gli chiede lui, metallico. L’uomo senza voglia, non avanzando più parole o farse, non aveva voglia alcuna, neppure al grammo. Quindi accettò. “Certamente”,  disse sincero. Siedono alla finestra, quella che perde acqua se piove traverso. La cameriera ha la faccia larga d’Asia e gli occhi a pozza nera, profonda, da fine turno. Torna con le birre, l’eterna cura dei mali londinesi. Tra i sorsi, ci si racconta che tutto va bene, le cose procedono, seguono corsi, sviluppi, promettono grande grande. Quando prima pinta povera finisce, ne arriva una seconda, nel terrore quieto del non saper che fare. Con la seconda, termina anche l’elenco breve delle cose buone, e c’è silenzio nella sala del biliardo dalle sette stelle di sigaretta.

Entra quindi una ragazza bionda, di quelle così bionde, che sembrano brune. Siamo tutti amici, dicono, dai tempi del Meetup del cinema d’autore. La ragazze chiede “Venite al prossimo film? E’ polacco”. L’uomo senza voglia di vedere film polacchi, rispose quindi “Certamente”. In fondo è un film, in fondo è polacco. La ragazza trasuda energie positive, li invita perfino al ristorante, in evidente estasi d’eccesso. Aveva appuntamento tra mezz’ora con il gruppo di Facebook. “E’ un ristorante coreano, dove servono solo ricette senza glutine, a minima impronta ecologica”. L’uomo senza voglia, pensava solo casa, non a stringere mani e controllare segni sul menu, che poi a lui il glutine piaceva. Quindi disse “Certamente”.

Al ristorante, di fronte al bicchiere, si chiesero tutti il nome, ed in quale parte della città grande dormivano. Abitavano tutti all’opposto. Seduti a caso, parlarono a caso, a piatto vuoto. Lui sedeva al fianco destro di una magra, che si vedeva che era triste, perché rideva tanto. “Tu non ridi mai?”, gli chiese lei. Lui rise, e non rispose. Qualcuno prese dalla borsa dei denti bianchi da vampiro, ma poi ordinò una insalata mista. La cena, come il resto, finì. E con lei le risate della magra. Si decise per un dopo cena al pub. “ Vieni anche tu?”, sussurra. L’uomo senza voglia aveva voglia di dire sì, quindi disse no, e si avviò all’uscita. Scese a fatica i gradini del metrò, in salita.

La mattina dopo, come ogni mattina, la sveglia che lo scalcia in culo. L’unico amore per la vita, in assenza di alternative vere.

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