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Il mondo finirà in prima serata, con una stretta di mano ed un sorriso. Il metà busto in completo blu e cravatta rossa, annuncia il crollo con la serietà paterna delle notizie ferali. Se ne percorrono le tappe nel servizio di regia. Scorrono immagini di primo novecento. Fonderie e rivoli d’acciaio giallo. Grandi navi e cabaret parigino, di cosce e fumo. Due bambine in coppia suonano il piano nel 29, pronte ai futuri successi di critica e pubblico. Ballerine in riga alzano le gonne verso i sorrisi della prima fila. Al freddo della neve per le strade di New York si aggiunge il gelo delle borse, la prima febbre del sistema. Il vecchio ed il bambino si mettono in coda per il pane. La coda s’allunga intorno all’isolato, gira nel paese, s’apre al mondo intero. L’inverno gela il fiato in fumo bianco. Josephine Baker, tra pendenti d’argento, regala un cavolo fresco ed un sorriso ad una bimba appesa alla finestra. Sul plastico bianco della futura Berlino, pensato in gloria latina, scuote le ali l’acquila nera del Terzo Reich. In Italia si asciugano paludi. Una bionda con vestito a quadri ed occhi di plastica verde accende la radio in mogano, prima di aprire il frigo ed estrarne una mela fresca alla terza settimana. Tarzan, accaldato, si tuffa in piscina. Dalla spiaggia al mare si riversa un fiume di costumi, uomini e baffi. In piazza musica cantata sotto ipnosi da yo-yo. In strada, automobili e bici, marinai con i pattini. Hitler inaugura felino l’autostrada uncinata, su cui corre, nera ed asciutta, la prima Volkswagen, la macchina del popolo sovrano. Sonja Henie riceve la medaglia d’oro ed un mazzo di fiori d’argento. Dall’aereo, altrove, un uomo salta sull’auto in corsa. C’è chi ha fretta, e vola da Berlino a New York in 20 ore, mentre l’Hinderburg brucia in scheletro in 32 secondi. A Shangai, sotto le bombe, un bambino piange sulle rotaie del treno, coperto di vesciche. Mussolini consola sulla scalinata in marmo la vedova di D’Annunzio in velo nero. S’alza il cartello d’inizio lavori della nuova sede dell’Istituto Luce a Cinecittà, mentre Fred Astaire danza smunto nella fabbrica dei sogni oltre oceano. A Barcellona, ai lati del ponte, si fronteggiano i padiglioni d’acquila e falce. Dalla neonata cima vertigine dell’Empire State Building, l’uomo si getta tra la folla in estasi di morte. Il sangue coagula veloce in crosta di polvere. Blue Moon, now I’m no longer alone, without a dream in my heart, without a love of my own. Le auto sciamano a migliaia. Viaggio, dunque sono. Alieni in guerra alla radio di Orson, beffano l’america beona. La bambina con le trecce canta alla fiaccolata notturna di un distinto signor Goebbels. Una svastica brucia nel buio. Einstein sbarca in America, con la giacca sul braccio. Altrove, una scatola nera trasmette le prime immagini sfuocate. E’ l’inzio, sottotono e nascosto, della fine del pensiero libero. Velocità, rumore, fumo, il pugno teso. Sul lago di sale si guida a 400 un proiettile d’argento. A Berlino la folla in maschera antigas prova per gioco la guerra vera, prima dei futuri lutti. Il 1 settembre 1939 uomini con il vaso in testa entrano in fila per tre nel panzerwerk 1238, scendendo i gradini al buio. La rotaia porta al deposito delle ogive. Il 3 settembre esplodono colline, come fiori in primavera. Nella città, si rinforzano le vetrine dei negozi con il nastro adesivo. Maschera antigas: elegante accessorio, a tracolla insieme alla borsetta, mentre si balla in coppia, nelle balere sommerse. Si scende nei rifugi, come scende la notte. Le star del palco cantano per i soldati quasi morti. Il battaglione francese, per giocare, seppellisce uno scarafaggio, con onore di soldato, e lacrime finte. I cannoni tedeschi si alzano abbracciandosi, e puntano ai cieli d’Europa. Goering osserva annoiato una Parigi tedesca dalla finestra del Ritz, mentre i francesi allegri tolgono la sabbia dai monumenti. Della folla che applaude Hitler a Berlino, rimane una scarpa sul selciato. A Londra, ferita, si dorme nel ventre del metrò, sotto il cerchio rosso di Leicester Square. Il soldato americano in branda, a mani raccolte dietro la nuca, guarda stanco la foto di Jeanne Crain. Si ascolta Frank Sinatra, bevendo Coca ghiacciata. Saturday night is the loneliest night of the week. Nel bisogno, si disegnano sulle gambe linee nere di calze inesistenti. La televisione si muove con finta innocenza dai locali nelle case. Let the right one in. Le Cascate del Niagara gelano fino a fermarsi. Enrico Fermi si sposta nel deserto americano, con frammenti di carta in mano. Einstein ascolta con la pipa in mano la lettura del documento pacifista. I agree, risponde pacato prima di firmare. Angeli anneriti su scheletri di chiese proteggono silenti i 50 milioni di morti della civile europa. Si pulisce il ghetto dai rifiuti umani, inceneriti a Treblinka. Nella Parigi libera, si tagliano i capelli alle donne di regime. Alle 8:15 del 6 agosto 1945 due soli scaldano Hiroshima. Gli eroi del massacro, portati in trionfo sui libri di storia. Sulle autostrade del progresso, il lento incedere di auto feroci e televisori bombati, e con il loro avanzare è l’arretrare soffocante delle nostre identità più care e semplici, da sempre sofferenti in civiltà compresse. E’ sangue e fuoco nelle foreste del Vietnam, ed in Europa s’inventano nuovi dei, dai capelli a caschetto. La fuga diventa necessità, che sia nello spazio o nelle vene. Pace, pace, pace, e fiori nei fucili. A Bruxell si cammina sotto l’atomo d’acciaio. Ci sono nuove meraviglie di metallo a saziare l’occhio occidentale. Si brucia l’uranio in fornaci divine. Le memorie degli anziani raccolte in stricie bianche di carta forata, in armadi di luci e fili, alti come palazzi. Macchine costruiscono macchine che costruiscono cibo. Si muore a pancia gonfia, galleggiando, in the land of plenty. Le Corbusier sommerge l’India di cemento, Brasilia nasce dalle ceneri di Lucio, per pochi: i molti osservano i fuochi d’artifizio, dai tetti che hanno costruito e che mai abiteranno. La notte, nelle periferie dalle finestre che ridono, si cerca scampo nella musica dello squasso, agitando in scatti convulsi membra e sogni, di fronte all’idolo di vetro e vinile. Onde di mani tese nei palazzi a tenda: l’illusione del fascio riflettore e del palco rialzato, una volta teatro di aruspici e carnefici Maia, a cuore in mano. Meno crudele, ora, una chitarra grida di piacere, sommersa dagli scarafaggi inglesi. Sciolte nel pianto delle baccanti vergini, pietre rotolano dalle cime grigie d’america agli estremi angoli dei dieci continenti. Edith aspetta la morte che si merita e, quando arriva, l’angelo azzurro le tiene la mano, attraversando una Parigi a lutto. In altre strade, vestite a festa, sull’auto nera del presidente il vestito rosa della donna si tinge di gocce cremisi, chiudendo un epoca. Se ne apre un’altra, governata dai maestri del colossal, venditori di statuette dorate. La vita vera svanisce nel sorriso delle dive, o nel tondo bianco di un pallone. Hai ragione tu, Sylvia: stiamo sbagliando tutto. Meglio abbandonarsi alla spuma di Trevi, dimenticando logica e ragione. L’era del verbo si è conclusa da tempo. L’immagine sovrana, profusa dal catodico, bandisce ogni concetto vero. Nel 65 notte, il buio s’accende: un cenno del panico futuro, disatteso monito di quanto accadrà a breve. Altre paure si fanno più vive, racchiuse nei gusci deliranti dei bunker antiatomici del Mulino Bianco. Si cercano vestigia di un nemico inesistente, per salvare gli abusi. Cassio rifiuta la guerra con la forza dei pugni, altre, più avvenenti, con la forza di uno scarso reggiseno. Make love, not war. Make not, love war, rispondono i mastini. Si aprono le porte a nuovi suoni, ungendosi le labbra di erbe e funghi. Sotto la torre dell’orologio, si tagliano le gonne. Di piccole vittorie si gonfia il piccolo guerriero femminista. Di grandi sconfitte si lagna il guerriero grande. Notizie scure reca il fronte di Saigon. Meglio distrarsi con le tre S del consumo: sea, sex and sun. Si taglia in due Berlino: metà al con
sumo, metà al consumarsi. L’assenza di idee genera ideali. L’assenza di ideali genera il sigaro cubano. Nel capo d’Africa si studiano gli arrocchi dei bianchi contro i neri, modello di controllo poi esportato, coi lustrini, negli altri continenti, ritorto a nostro uso. Non si resta a secco di disastri, che le cantine di Firenze rigurgitano fango e la valle d’oltralpe rigurgita decessi. Le termiti del Giappone assemblano motori, a capo chino. Si lanciano a gara siluri e cani nello spazio, cercando stelle, lasciando la Terra al suo destino incerto. Non fa notizia, nè rumore, la diarrea africana. Ci vorrebbe un nuovo cuore. Per i pochi sfortunati, il miracolo si chiama Barnard. Mentre il villaggio globale si raggruma, i villaggi in Cina si tingono di rosso. Che orrore provo per le piazze. Sono uomo di cantina e tavoli rotondi, da quattro per quattro. Fuori del locale, nella notte parigina del 68, si bruciano auto e barricate, per scaldare cuori ribelli dell’avanguardia giovanile. Tutti parlano di tutto, su microfoni ricurvi o nelle strade, davanti al manganello nero. Sfilano in ordine di pena lungo il filo spinato della Casa Bianca, gridando i nomi dei cinquantamila decessi in guerra. Un onda di mani s’infrange sulle coste americane. All we are saying is give peace a chance. La Pace in Saigon porta in città le truppe del nord, e madri in pianto che fuggono sull’ultimo elicottero. Quando anche l’ultimo soldato di Topolino lascia il paese, si collezionano teschi a milioni, appilati in cataste bianche, fino alla luna. Un fisico russo analizza da Gor’kij il processo di scissione degli ideali comunisti, aiutato dalla moglie in digiuno. E’ primavera a Praga: fioriscono i cannoni. A Belfast, bottiglie del latte riempite di petrolio, in cestini da sei. Si contano i morti sui muri di mattoni. I flagellanti arabi in Iran, che sfilano a volto coperto di sangue, sono la fiamma della futura rovina culturale. In tutta Europa, il piacere ebete della distruzione, del botto, scatena frenesie infantili. Moro ne sorride quieto sotto la stella rossa, affacciato sui giornali, poco prima dello sparo. Chi, nel gioco risibile di guardie e ladri, viene toccato sulla spalla e portato in cella, si uccide con gli altri, nell’ultima prova di forza debole. Settembre nero s’assedia nello stadio olimpico. A fine partita, si rimuovono i cadaveri, e lo show goes on. Borg conta le monete d’oro degli sponsor, prima di finire in polvere bianca e matrimoni italiani. Ci si consola gli occhi e le caviglie sullo skate, o tirando il vento tra le onde. Per le menti raffinate, o stanche, si recita nei caffè parigini o sulle scale veneziane. O si cammina sulla Luna vergine. Sull’astronave blu, i nuovi chip di silicio catalizzano sempre prossime rivoluzioni utopiche di peace and love globale. Nel frattempo, giacciono a ronzare all’interno di macchine ad ultrasuoni, dove occhi di madre incinta fissano pochi pixel quadri sullo schermo, in cerca di un futuro volto d’uomo. Per il mio diletto postumo, sesso di gruppo tra i rododendri e la sterpaglia di fiume. Il pop diventa pelle nuda e fango nell’isola bianca. Dopo molti che se la cercano, volendo, l’uomo dagli occhiali tondi trova, non volendo, la sua pallottola finale. Altri, non sapendo bene, s’iniettano succhi nelle vene, ed altri ancora, sapendo bene, fanno battaglia di cuscini nel ricco loft americano. Le donne vogliono il controllo su corpo, feti e conto in banca del marito. Si aprono le disco per una folla in giacca bianca con la febbre, a scuotere fianchi e indici sotto la pioggia fine dei laser e di pianeti raggianti. Il porno regna, lunga vita al porno. Il banale diventa osceno, l’osceno banale. L’America nera si sveglia in un sogno, mentre i bianchi affilano cani da rivolta. Si combatte in aula per un tozzo di diritti, nel paese che esporta democrazia tra le galassie lattee. Scoperto l’inganno, si cambiano presidenti come noccioline, fino al culmine del declino culturale con l’attore impagliato e coniglietti giganti per il castello incantato. L’epopea diventa farsa, celebrata con applausi registrati. L’ovvio è così tale, da diventare oscuro, indecifrato. La rivolta nasce morta, coi capelli lunghi. L’happy hippie si bagna in Central Park, o canta sul palco, ma l’idiozia dilaga, come un morbo medioevale. Sbarca in Giappone, senza resistenza. Chi si uccide in difesa del passato, è, infatti, morto. L’economia avanza, la vita recede. Sulle banchine dei treni si spingono formiche nei vagoni, perchè non perdano un minuto di lavoro collettivo. File di galline in cova nelle fabbriche d’oriente, a stirarsi il collo nelle pause programmate. Intanto, nel silenzio assenso delle masse, caghiamo nei fiumi che beviamo, e mangiamo pesci morti. Assistiamo coi popcorn allo spettacolo della fame. Si sperimenta nel laboratorio america la crisi del petrolio, in scala lilliput per quello che ci aspetta ora. Si muore molto, in prima pagina. E molto in pagine nascoste. Pinochet, orgoglio della democrazia d’Albione, rinnova con fantasia graziosa l’arte antica del massacro. Ma i poveri del mondo ricco troveranno presto difesa e bastone nel papa nuovo che viene di Polonia. Non abbiate paura, sussurra calmo dai balconi e dalle librerie. Si muove in cassaforte, all’assedio del muro. Anni dopo, nel freddo di novembre, l’uomo col piccone porta a casa un pezzo di storia, mentre in piazza si rinnova il mito del defunto muro con fumi e raggi laser. Chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Berlino paisá! Le crepe concludono anni di scricchiolii comunisti, cominciati con l’uomo in colbacco e la sua donna in una pozza di sangue. Le ultime fauci rosse dell’Albania rigurgitano superstiti sulle coste italiane. In Russia, si guarda Dallas cenando a pane e vodka. Nel Trump Palace uomini in livrea suonano la classica al piano terra del centro commerciale, sfiorati da donne in affanno da shopping. Ute Lemper è in silhouette da palcoscenico, leggera come una nota. Nella piazza rossa d’oriente si fermano carri armati con il pensiero, ma non pallottole. Altrove, chi è senza pallottole scaglia la prima pietra. Ovunque ci si posi, dall’africa allo stadio, il marchio genetico di violenze tribali. La moda nuova impone lo sparo in solitario, dal papa all’opposizione filippina. Ci si consola con il vegano Lewis, asciutto e veloce come un levriero. Sul suo esempio, si corre tutti sui ponti di New York. In Africa le moto color kaki tracciano scie di polvere tra le capanne degli affamati. We are the world, we are the children, e ce ne sbattiamo allegramente il cazzo di tutto il resto. Ma chi di consumismo ferisce di recessione perisce. I primi cenni di crisi globale portano i carrelli vuoti nelle strade d’america. I vecchi bruciano copertoni. Si vota la destra armata. L’Islam generoso condanna scrittori a morte. Con poca fantasia, minoranze imbecilli reciclano nazismo e tatuaggi da marinaio. Non c’è scampo all’idiozia, che sia America o Amish.  E non c’è scampo nemmeno nel denaro. Si piange in quel di Monaco la guida contromano. La guerra è un film, girato nelle sabbie dell’Iraq. Computer nelle case, per meglio disinformarsi a fosfori verdi. Si scende giù, nella stiva del Titanic, a ritrovare gioelli e profumi. Più in basso, l’alta moda. Madonna agita riccioli e tette. Michael lustrini e polsi. Ci si consola così dalla rovina ecologica che segna la rovina nostra. Il primo virus segna l’ultimo decennio. Ci ritroviamo soli, in quest’autunno triste di fine civiltà terrestre. Spazio: l’ultima frontiera.

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